Le braccianti invisibili

Tre volte sfruttate, donne senza volto né nome. Il sociologo Omizzolo: “Difendere la legge 199 per tutelarle”

Invisibili perché braccianti, donne e straniere. Tre volte  più distanti, tre volte più anonime di chi vive di agricoltura ma è uomo e magari ha un nome italiano, le braccia femminili scompaiono dietro la nostra produzione alimentare che pure sostengono: un lavoro dimenticato, spesso sfruttato, a 4 euro all’ora, altrettanto spesso regolato da  caporali o sotto l’insopportabile pressione di violenze e  ricatti, e quindi nascosto. Delle lavoratrici si sa pochissimo, non esiste un osservatorio a loro dedicato, gli studi statistici offrono  poche percentuali su un esercito silenzioso, senza volto né identità, in gran parte proveniente da altre nazioni,  ma indistinto, privo di una geografia di origine e di approdo, senza storia, per definirle  genericamente in una parola, le extracomunitarie. Raccolgono frutta e verdura oppure vengono impiegate  nella prima trasformazione dei prodotti nei grandi capannoni. Dai dati Inps sappiamo che l’occupazione femminile in agricoltura, non solo straniera, si colloca  al 26,9%  sul totale dei lavoratori che per il 18,3 per cento, secondo l’indagine dell’associazione WeWorld,  è costituto da immigrati. Il contratto per le donne  è, in prevalenza,  a tempo determinato come quello degli uomini. Ma quanto è assicurato nelle campagne? Per l’Istat il tasso di occupazione irregolare tra gli addetti in agricoltura, maschi e femmine, è il più elevato tra tutti i settori economici con una incidenza tra i  dipendenti che sfiora il 35 per cento. L’osservatorio Placido Rizzotto svela che il lavoro nero, nel 2020, in Italia, comprendeva tra le 400 mila e le 450 mila  persone vittime potenziali di intermediazione illegale e sfruttamento,  di cui più di 180 mila obbligate a vivere  in condizioni di grave vulnerabilità. Le donne sono quelle che pagano di più. Invisibili, appunto. Spiega  il sociologo e giornalista Marco Omizzolo che da tempo si occupa dei lavoratori nelle campagne:  «Le  braccianti – afferma – hanno condizioni di lavoro, di sicurezza e retributive inferiori a quelle degli uomini.  In quanto donna sei costretta a vivere in questo stato sino dal primo giorno di lavoro secondo una  vera e propria discriminazione di genere. E in Italia non c’è differenza tra nord e sud».

    Suo è il libro “Libere per tutti. Il coraggio di lottare per sé e per gli altri “, da poco pubblicato dalla Feltrinelli. Riporta storie emblematiche di donne decise  a cambiare ciò che sembra un destino già segnato e che invece si può aprire a diritti e dignità. Storie di resistenza quotidiana, come quella di Mamta , bracciante indiana nel Cilento,  14 ore di lavoro al giorno, tutti i giorni del mese, con l’obbligo di parlare solo italiano  perché al  padrone non può essere nascosto niente, divorziata da un uomo violento, ma forte, fortissima “perché non ha paura di nessuno” tanto da denunciare l’infortunio di  una sua connazionale. Perché  l’incidente sul lavoro tiene conto delle discriminazioni tra uomini e donne: braccianti che tacciono anche in famiglia per non essere considerate un peso.

«In campagna le  migranti sono più sfruttate delle italiane – spiega Omizzolo -. Le immigrate non comunitarie vengono da una cultura patriarcale che le discrimina già dentro la famiglia. La retribuzione è minore del 10-20 per cento rispetto a quella stabilita per gli uomini. Ho già pubblicamente denunciato l’impiego di donne incinte nei capannoni agricoli. All’interno dell’azienda caporale e padrone esercitano il loro controllo rendendo molto più difficili le condizioni  di lavoro che nei campi».  E poi le molestie e le violenze sessuali. Tante, troppe le storie di donne che subiscono  proposte più o meno esplicite o aggressioni sessuali  da parte del caporale e del titolare  come se fossero schiave. Continua Omizzolo:  «È una situazione diffusa tanto al nord che nel sud. È importante sottolineare che non può essere circoscritta a un sistema di imprese primitivo, ma riguarda anche quello di aziende di grandi dimensioni. E lo stigma della violenza subita pesa enormemente perché arriva alla famiglia di origine della vittima. L’assenza di un osservatorio sulle braccianti  legittima poi tanti pregiudizi, come quello che vede il sud terra dove si subiscono le maggiori ingiustizie  e discriminazioni.  Non è così. Altro problema è relativo alle donne con figli: in questo senso sono più ricattabili perché madri e non possono perdere il lavoro».

Lavoro  che giunge  spesso da oltre confine. «Le braccianti sono soprattutto straniere – spiega Omizzolo- ,  sebbene stiano aumentando quelle italiane, come le  neopensionate o le studentesse.  Si tratta  in prevalenza  di donne dell’Est: arrivano da Bulgaria,  Romania e Ucraina, ma anche dall’Asia e dall’Africa. Per quanto riguarda il caporalato, la pressione  maggiore è sulle lavoratrici anche se sono le ultime a essere ingaggiate dagli intermediari.  Un esempio  riguarda il problema dei trasporti:  nei furgoni che le portano nei posti di lavoro occupano gli spazi più angusti. Ma ricordo che parte dalla famiglia l’attività di reclutamento illegale».

Cosa si può fare? «Difendere la legge 199 contro il lavoro nero e lo sfruttamento in agricoltura – dice Omizzolo- . Bisogna cambiare le nostre politiche di welfare  per andare incontro alle donne. Deve esserci un servizio pubblico, bisogna difenderle dalla tratta interna». Perché diventino visibili.

Donatella Vetuli

Nella foto in alto a sinistra il giornalista e sociologo Marco Omizzolo

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