Gaza, così lottiamo contro la fame

Le insegnanti rifugiate a sud della Striscia. Baldini, Vento di Terra: «Un bambino di 5 anni ha già vissuto tre guerre»

«Un bambino di 5 anni ha già vissuto tre guerre. Come potrà resistere?». La banalità del male è  il frastuono delle bombe, il gelo della morte, il buio di una notte che non cessa e che attira gli spettri della fame, del freddo, della solitudine. «È quanto sta accadendo nella Striscia di Gaza, è difficile immaginare quale orrore stia vivendo la popolazione, soprattutto per i più piccoli che sono nati e cresciuti sotto gli spari»,  afferma Serena Baldini, vicepresidente e responsabile dei progetti  in Medio Oriente di Vento di Terra, ong attiva nelle aree di conflitto. A Gaza l’associazione ha dato vita a microimprese sociali,  formato maestre e costruito scuole. Proprio con alcune insegnanti Serena cerca di restare in contatto con quei luoghi  dove oggi nulla è normale, neppure contare su un poco di energia elettrica per accendere il cellulare e invocare aiuto.  «Dal sette ottobre scorso, giorno dell’attacco di Hamas – ricorda- , le nostre maestre si sono rifugiate a sud della Striscia. Qualcuna riesce ad inviarci whatsapp, ma sempre più raramente perché la centrale elettrica è stata distrutta. Non c’è corrente, chi riesce a utilizzare il telefono è perché usa quella di pochi impianti solari ancora in funzione». Si vive al buio.

«Dalle foto che ci spediscono vediamo solo piccoli fuochi  accesi con rami secchi anche nei sottoscala per ripararsi  dal freddo – dice Serena -. Oppure per scaldare l’acqua, ormai sempre  sporca, o per cucinare il pochissimo cibo che ci si riesce a procurare con grande difficoltà magari al mercato nero». 

 Sull’alimentazione i dati delle Nazioni Unite parlano chiaro:  “Il 97% delle famiglie nel nord e l’83% di quelle al sud della Striscia – si legge nel report – hanno un consumo alimentare inadeguato. Ciò significa un pasto al giorno o  ogni due. Nel nord si ha accesso quotidiano a circa 1,8 litri di acqua a persona per lavarsi, cucinare e bere. Nel sud soltanto a 1,5. Gli standard sono di 15”.

«Le nostre insegnanti ci dicono che riescono a trovare un po’ di frutta e verdura al mercato – continua Serena – . Qualche mela, qualche mandarino. Ma è davvero poco. Si riesce a sopravvivere con cibo inscatolato come tonno, sardine, legumi.  Il rischio concreto è di morire di fame. Gli aiuti sono entrati, purtroppo in quantità irrisorie rispetto al fabbisogno giornaliero. Qualcosa è giunta dalle importazioni, altri prodotti alimentari dal sostegno umanitario quando i valichi erano aperti e le agenzie dell’Onu potevano ancora intervenire. Ma a parte una breve tregua tutto è sigillato. Ovviamente anche le scorte di magazzino si stanno esaurendo».

Sono sette le insegnanti nella Striscia  seguite da Vento di Terra.  A loro vanno ad aggiungersi una coordinatrice, una assistente e due psicologi, tutti di origine  beduina. «Nelle scuole del sud dove si sono rifugiate – dice Serena  – si riescono a svolgere  ancora delle piccole attività con i bambini. Qualche gioco insieme, qualche disegno. Si cerca di lavorare sulle emozioni. Ma quando si sente il fragore degli spari e delle bombe i bambini iniziano a tremare  e non c’è nulla che li possa fermare. Nulla. Questa è la loro vita ora». 

E  poi i medicinali, introvabili. «Non si possono curare i malati. Non ci sono più anestetici. In camera operatoria gli arti si amputano senza usare nulla». Le attrezzature sanitarie non funzionano perchè manca l’energia elettrica. Si scappa da tutto, dalle abitazioni, dagli ordigni, dalle case ridotte in cumuli di calcinacci, dal gelo, dalla fame e dalla sete, dalle violenze. In un appartamento di centro metri quadri – edifici scolastici delle Nazioni Unite – trovano riparo anche in 40, ci si accampa dove c’è un minimo spazio, nei sottoscala o sotto tende di nylon. Ma sono i sopravvissuti. E degli altri civili scomparsi, forse massacrati dalle esplosioni o sepolti sotto le macerie, non si sa nulla. Il cammino per la pace sembra impossibile anche da immaginare.  «Nel campo profughi di El Bureij eravamo riusciti ad aprire una gelateria – seguita la vicepresidente di Vento di Terra -. I prodotti venivano venduti ma anche regalati a Gaza City. Ora ovviamente è tutto fermo. La gente andava lì a caricare il cellulare grazie al pannello solare dell’edificio. Ora non so».

Ora è notte fonda, cielo in fiamme, missili che squarciano il silenzio. «Uno due nostri psicologi ci ha scritto che non trova neppure un po’ di farina per il pane e che dai rubinetti non esce più acqua. Ma Fatima, la nostra coordinatrice, dice che è là, con ogni sua forza.  Lottano. E tutte le nostre donne ci chiedono di pensarle e di pregare per loro. Perché cessi al più presto il fuoco».

Donatella Vetuli

29 dicembre 2023

Nella foto in alto una scuola Unrwa a Rafah, sotto il campo profughi di Nuseirat (Foto di Vento di Terra, www.ventoditerra.org)