
L’Italia è il maggiore produttore di barbatelle di vite. Qualcosa come 140 milioni di piantine tra il 2016 e il 2017. E il lavoro è in gran parte assegnato alle donne. “Circa l’ottanta per cento – afferma Maurizio Boselli (nella foto), docente di Viticoltura all’università di Verona, dipartimento di Biotecologie – . La preparazione del materiale di propagazione della vite e degli innesti è pratica di assoluto appannaggio femminile per una naturale vocazione per eseguire lavori manuali e rapidamente”.
Professore, cosa intende per vocazione?
“Sicuramente una attitudine legata alla sensibilità tattile e alla precisione con cui vengono eseguite alcune operazioni. Fondamentale, ad esempio, é riconoscere il calibro di innesti e portainnesto. Inoltre, l’attività è molto legata alla tradizione, non ci sono scuole che insegnino”.
L’Italia è tra i massimi produttori di barbatelle.
“L’Italia è il maggiore produttore mondiale di barbatelle di vite. Nella campagna 2016-2017 sono stati prodotti complessivamente 211 milioni di innesti-talea (l’unione di una marza unigemma della varietà di Vitis vinifera e di una talea di portinnesto che deve ancora aver subito il processo di forzatura e il successivo impianto in vivaio, il numero è ufficialmente censito dal Mi.P.A.A.F) per un totale di circa 140 milioni di barbatelle costituite da marza e portinnesto più circa 20 milioni di barbatelle di portinnesti non innestati. Del totale di innesti-talea prodotti che sono stati messi in vivaio per ottenere barbatelle radicate di vite, circa 30 milioni sono destinati al mercato estero essendo rappresentati da varietà internazionali e circa 7 milioni sono varietà da tavola”.
Quali le ragioni di questo primato?
“L’Italia è il primo produttore al mondo di vino (dati OIV 2015) e dispone del maggior numero di varietà da vino coltivate sul territorio nazionale. La tecnica vivaistica italiana sviluppatasi a seguito dell’invasione della fillossera, avvenuta nel nostro Paese nella seconda metà del XIX secolo, ha origini antiche risalenti proprio alla fine del 1800, con una capacità tecnico-scientifica fra le migliori al mondo. La più alta concentrazione di vivaisti viticoli è nel Triveneto e soprattutto in Friuli dove è presente la cooperativa vivaistica più grande al mondo”.
Quali sono le varietà più propagate dal vivaismo viticolo?
“Nella campagna 2016-2017 le varietà più propagate sono state Glera (ex Prosecco) con 23,7 milioni di innesti-talea, seguita da Pinot grigio (18,7 milioni di innesti-talea), Sangiovese (12,3 milioni) e Chardonnay (10,6)”.
L’export a quali Paesi si rivolge? Tra questi anche la Cina?
“Dei 30 milioni di innesti-talea destinati all’estero corrispondenti all’incirca a 20 milioni di barbatelle, la maggiore quantità è esportata in Spagna, cui segue la Francia, il Portogallo e la Romania. In Cina esiste una produzione vivaistica locale destinata ai fabbisogni interni”.
Le tecniche produttive sono per lo più quelle tradizionali o si assiste a un cambiamento rapido?
“Le diverse e buone pratiche di tecnica vivaistica sono rimaste immutate per quasi un secolo, basate su conoscenze empiriche, grande esperienza artigianale e impiego massivo di manodopera.
Data l’onerosità di questo modo di produzione e per rendere misurabili le diverse operazioni, si è reso necessario nel tempo un cambio significativo: l’uso di paraffine infatti ha consentito, ad esempio, di ovviare alla protezione dei calli di cicatrizzazione che era ottenuta grazie alla copertura degli innesti-talea con il ciglione di terra. Questa è stata la prima innovazione nella tecnica vivaistica immediatamente seguita dall’innesto con fresa Engle e poi ad Omega che ha sostituito l’innesto eseguito a mano.
La conservazione dei materiali di propagazione della vite in celle frigorifere, grazie al loro perfetto mantenimento dell’umidità e della sanità, ha contribuito ad aumentare le percentuali di attecchimento e quindi il rendimento in barbatellaio. Si tratta di tecniche già diffuse da tempo e introdotte da valenti tecnici nell’area friulana e nel vivaismo friulano e veneto. Altra importante evoluzione attuata di recente è rappresentata dalla modalità di forzatura e stratificazione degli innesti-talea non più in torba o segatura di conifere ma semplicemente in acqua evitando o riducendo il pericolo di infezioni fungine”.
Il settore ha risentito della recessione?
“I vivaisti dialogano nel territorio con i viticoltori. Sono obbligati a conoscere le realtà operative ma soprattutto i trend del mercato vitivinicolo; questo per allocare gli investimenti, costosi, dei vigneti di piante madri sia di marze sia di portinnesti dal quale attingere il materiale di propagazione e che verranno richiesti nei prossimi 10 – 20 anni.
Il cambiamento dei sistemi economici e sociali, il grande peso delle normative nazionali ed europee e la crisi economica hanno diminuito l’appeal dell’attività vitivinicola, causando rilevanti abbandoni della viticoltura, specie nelle frazioni marginali. Tutto ciò si riflette sull’attività vivaistica che deve adeguare la propria produzione di barbatelle alle oscillazioni interannuali della domanda di materiale da parte dei produttori. Nel periodo 2008-2012 e fino al 2013 la produzione vivaistica nazionale è oscillata intorno ai 156-161 milioni di innesti-talea (circa 100-105 mln di barbatelle) per poi passare nel 2014 a 165 milioni. Dal 2015 la produzione di barbatelle ha registrato un costante aumento”.
Su cosa punta oggi la ricerca scientifica?
“Come tutte le attività a forte specializzazione come quella vivaistica viticola, la ricerca scientifica e l’introduzione di innovazioni di processo e di prodotto sono determinanti per il successo del lavoro. Dei progressi realizzati nella pratica vivaistica si è già detto e a questi sono da aggiungere i progressi ottenuti con la selezione genetica e sanitaria dei materiali di propagazione per offrire ai viticoltori cloni selezionati di tutte le varietà da vino e da tavola con caratteristiche rispondenti alle moderne esigenze di mercato. L’attività di selezione clonale, una volta coordinata e finanziata dagli enti pubblici, oggi viene eseguita prevalentemente dai singoli vivaisti che investono risorse economiche rilevanti per offrire ai produttori materiale genetico rispondente alle diverse esigenze produttive come per vini di alta gamma, vini base oppure per consumo fresco. La frequente variabilità fenotipica e spesso genotipica dei nostri vitigni-popolazione che si ritrova dei vigneti cosiddetti “antichi” ha consentito di selezionare materiale genetico adeguato alle moderne esigenze produttive e di limitare la forte erosione genetica cui si era assistito negli anni passati”.
Si può dire che ci sia un legame stretto tra la barbatella e il territorio dove viene prodotta?
“L’attività vivaistica è svolta in diverse regioni italiane e le varietà prodotte dai singoli vivaisti sono quelle maggiormente impiegate nell’area di prossimità. Ma non esiste un legame territoriale per la produzione di determinate varietà. Al Nord possono essere prodotte in modo più che efficiente varietà del Sud Italia e viceversa. La precondizione è che i terreni sui quali insediare i vivai siano idonei alla produzione vivaistica che richiede suoli sciolti per consentire un buon sviluppo dell’apparato radicale e quindi una crescita vegetativa elevata delle giovani piante di vite. E’ per questo, per esempio, che alcuni vivaisti anche da fuori della nostra regione, installano i propri vivai nell’area di Isola delle Scala, nel Veronese, caratterizzata da terreni sabbiosi e con buona disponibilità idrica.
L’evoluzione percepita dal vivaista al 2020 vede la viticoltura consolidarsi nei distretti e in particolare su quelli ove il sistema vigneto-agroindustria-mercato assume peculiari identità.
La viticoltura marginale va all’abbandono per cambio generazionale, diminuzione e scomparsa dell’autoconsumo e diseconomie.
Nei distretti vanno ulteriormente affermandosi le varietà tipiche, base delle poche DOP importanti: 30 DOP producono il 65,8% dei vini, ulteriori 26 il 13,4%, mentre la pletora di denominazioni – oltre 300 -, frutto del particolarismo politico, si contendono il 20,7% dei DOP.
Le varietà internazionali (alloctone) entrano per lo più nelle IGP, e fra queste era compreso il Pinot Grigio, oggi DOP valorizzato e promosso dall’Italia.
Il Veneto ha sviluppato una viticoltura innovativa, con cambi, a volte stravolgimenti, varietali come sostituzioni degli autoctoni e/o bordolesi con varietà base spumanti o frizzanti come Glera da 8.000 a circa 30.000 ha, Chardonnay da 10.000 a 18.000 ha e vini di moda quali Pinot Grigio da 7.000 a 25.000 ha. Questi cambi hanno interessato in particolare i distretti del Veneto orientale.
Quali le regioni dove c’è uno stretto legame con il territorio?
“La Valpolicella, ma anche il Piemonte e la Toscana rappresentano le viticolture storiche che hanno sviluppato negli anni un rapporto virtuoso con il territorio producendo vini di grande qualità e originalità.
L’evoluzione del Vigneto Italia, vista dall’osservatorio privilegiato del vivaismo viticolo nazionale, all’orizzonte del 2020, vede un’ulteriore importante contrazione della superficie totale, l’affermazione di pochi vitigni autoctoni, l’erosione della molta variabilità genetica e pone un forte interrogativo sulla “resistenza” di gran parte della viticoltura del sud, oggi produttrice di commodities”.
NOTA: fonte dei dati www.devulpeetuva.com
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