La donna che lotta contro la ‘ndrangheta parte dalla terra. É lì la sua forza, il riscatto del passato, i progetti per il futuro, uno scudo inespugnabile, una scala verso il cielo pulito. Non ha paura perché dice di non essere sola. Si chiama Raffaella Conci (nella foto), ha 35 anni, un ottimo curriculum di studi ed è presidente di Terre Joniche, cooperativa della rete di Libera terra. La coop gestisce 100 ettari di terreni confiscati alla criminalità organizzata nei comuni calabresi di Cirò e Isola di Capo Rizzuto, in provincia di Crotone. “È nata nel 2013- ricorda Raffaella – si coltiva biologico. Grano, ceci, lenticchie, farro, avena, cicerchia, finocchi. Una parte è anche destinata a ulivi”.
I terreni appartenevano alla ‘ndrina Arena di Isola di Capo Rizzuto, famiglia dai lunghi tentacoli stando alle accuse di associazione a delinquere di stampo mafioso, traffico di armi e droga, estorsione, sfruttamento dell’immigrazione e affari negli appalti pubblici, per ricordare alcuni dei capi di imputazione di un battaglione di appartenenti al clan. In quella campagna assolata, in un’area pianeggiante, fertile, a pochi chilometri dalla costa, coltivavano finocchi e chissà che strategie di dominio.
Nel 2007 il provvedimento di confisca, un anno più tardi, con l’insediamento di una nuova giunta a Isola di Capo Rizzuto, intesa tra la prefettura di Crotone e l’associazione Libera per creare una cooperativa sociale che potesse occuparsi della terra sotto il cielo della legalità. “Oggi siamo in nove, più un paio di lavoratori esterni – ricorda ancora Raffaella -. Due sole donne, io e l’agronoma. Siamo in attivo, soltanto il primo anno abbiamo rinunciato agli stipendi, che adesso arrivano regolari. I nostri prodotti vengono commercializzati dal consorzio Libera terra Mediterraneo, a cui si rivolgono otto cooperative”.
Raffaella coltiva anche il coraggio. “All’inizio, nel 2013, per screditare il nostro lavoro e isolarci, arrivarono minacce esplicite. Scritte del tipo ‘allontanatevi, morte’. Oppure ‘state attenti’. Ricevemmo anche tre proiettili. Abbiamo subito pure qualche furto di attrezzi e diversi incendi, ma non voglio dire che siano stati dolosi. L’essere in tanti ci dà coraggio. Ho provato paura e preoccupazione, certo, come donna ti senti meno tutelata. Ma è anche vero che le intimidazioni erano rivolte a tutti”. Reazione a catena, perché insieme alla cooperativa si affiancò la gente perbene. “Numerose persone vennero qui, nei terreni che coltiviamo, a offrirci solidarietà. L’essere in tanti é una forma di protezione”.
Raffaella, di Cirò, ha conseguito una laurea in Economia aziendale a Roma, un master in Economia sociale e terzo settore a Urbino e annovera diverse esperienze nella finanza etica a Torino. Ma non ha abbandonato la sua terra.”Non volevo avere il rimpianto di non tornare”, afferma.
Eccola presidente della cooperativa che occupa persone disabili e produce prodotti al riparo di ogni veleno. Don Ciotti è la guida che li ha incoraggiati a non abbassare la testa. “L’essere donna – dice Raffaella – può rappresentare un vantaggio nella ricerca, femminile, di armonia del gruppo. Più sensibilità, meno voglia di comandare”. Quanto al clan Arena, ne vede ancora qualche esponente girare in paese. “Qualcuno è in carcere, altri sono usciti. Ma noi vogliamo creare modelli diversi per tutti, anche per i figli dei malavitosi”.
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