Lontane, lontanissime, dagli uomini d’onore. Vicine alla vita, quella che germoglia da terreni puliti, solcati dal diritto e dalla dignità umana. Impegnate contro il malaffare, attente a che ogni filo d’erba esulti di luce aria zolle incontaminate. Resistenti a qualsiasi minaccia, intimidazione, difficoltà, conformismo di chi accetta prepotenze e scempio ambientale. Sono tante, sempre più numerose, le donne che lavorano nelle terre confiscate alla criminalità organizzata o che coltivano secondo un nuovo modello di agricoltura che non offenda l’ambiente. Sono le ragazze del Sud, quelle di Libera contro le mafie o di tutte le cooperative dove, insieme a campi seminati, crescono nuovi rapporti sociali. Ecco i loro racconti.
Raffaella Conci, cooperativa Terre Joniche, Calabria

“Siamo partiti da meno uno, non da zero. La casa era stata distrutta, il terreno no, ancora curato, ma occorreva riconvertirlo al biologico. E poi qui in Calabria non c’era esperienza di cooperazione”. Ma che tenacia, che forza Raffaella Conci, 40 anni, di Cirò, provincia di Crotone, alla guida di Terre Joniche – Libera Terra, cooperativa nata sugli appezzamenti sottratti alla famiglia Arena, per una storia criminale che affondava le radici anche nella coltivazione di finocchi. “Mi ero laureata in economia aziendale a Roma – ricorda Raffaella -, successivamente avevo seguito un master a Urbino. Quegli studi mi stavano un po’ stretti, cercavo un’attività che non puntasse solo al profitto, ma che tenesse conto del rispetto dell’ambiente e del suo impatto sociale. E poi volevo tornare a casa”. La svolta nel 2011 con il bando per assegnare le terre di Cirò e della vicina Isola di Capo Rizzuto a giovani in cerca di lavoro e trasformarle, da territorio occupato dalla malavita, in impresa etica. “Fu un percorso democratico – seguita Raffaella -. Prima il corso di formazione per i candidati, poi la selezione. Fummo scelti in sei, nessuno di noi conosceva l’altro. Divenni presidente della cooperativa, oggi sono vice nella giusta alternanza degli incarichi”. Ma per tutti, da sempre, ora come ieri, la spinta motivazionale è stata determinante così da creare e sostenere Terre Joniche sotto la bandiera di Libera contro le mafie. Cento ettari appartenuti alla ’ndrina, strappati a un passato di sangue, confiscati e oggi coltivati con grano, ceci, lenticchie, cicerchia e peperoncino. Tutto biologico. “Quanto arrivammo – racconta Raffaella – la casa degli Arena costruita in quell’appezzamento era stata appena devastata. Il messaggio era questo: ‘se non è più nostra, non sarà di nessuno’. Avevano divelto persino i sanitari nei bagni firmati Versace. Sì, siamo partiti da meno uno”. Non sono mancate le minacce contro chi combatteva la ’ndrangheta attraverso un lavoro onesto. “Dopo poco l’avvio della cooperativa, all’ingresso del capannone qualcuno scrisse: ‘State attenti, allontanatevi, morte’. Trovammo anche tre proiettili. Chiaro, non volevano che nella terra confiscata nascesse un’impresa come la nostra. Abbiamo subito anche incendi e furti. Ci hanno rubato attrezzature agricole, un irrigatore, il cancello. Mai saputo chi fossero gli autori”. Osteggiati, intimiditi, attaccati da chi colpisce nell’ombra allo scopo di terrorizzare e demolire ogni iniziativa di rinascita. Ma la paura fa parte del coraggio, e lo consolida. Raffaella: “Non è così negativo avere timore, perché altrimenti saremmo degli incoscienti”. Di fronte alle pallottole e alle incursioni notturne, la cooperativa non arretra di un metro, per un piano che non deve, non può, fallire. E poi i controlli delle forze dell’ordine: “Qui un passaggio in più delle pattuglie dei carabinieri ci può essere – dice Raffaella senza troppe ansie -.Inoltre si sono tenute diverse riunioni in prefettura per la definizione dei confini con altri proprietari terrieri. Sicurezza ce ne è”. Stessa tutela per le tre donne, Raffaella compresa, della cooperativa che conta sei soci più cinque dipendenti? “Rispondo ni – afferma – . Ma non farei troppo differenze di genere nel nostro mondo. Si tratta di una grandissima opportunità, inclusa quella di tornare in Calabria. Ci si impegna tutti per una finalità comune: ciò che è appartenuto alla criminalità organizzata ritorna bene pubblico”. I cento ettari in comodato gratuito per 25 anni, e poi ancora mille progetti di Raffaella, mamma di due bambini e oggi referente del turismo responsabile e della progettazione sociale. “Le scuole di Isola di Capo Rizzuto hanno chiesto di svolgere lezione all’aperto qui a Terre Joniche, ed è stato bellissimo. Seguiamo ragazzi coinvolti in programmi per le misure alternative alla detenzione. E non chiudiamo le porte in faccia a nessuno, siamo per l’integrazione e per creare un’alternativa a chi rischia di finire intrappolato nella rete della criminalità”. Ma c’è anche la possibilità di nuovo turismo per chi arriva dal Nord a conoscere paesaggi incantevoli e una storia esemplare. “Non è stato facile all’inizio soprattutto con la gente del posto, abbiamo lottato con la diffidenza e i pregiudizi. Ma oggi la situazione è cambiata”, commenta Raffaella. Il lavoro e il contenuto etico del progetto hanno vinto.
Simona Zanna, cooperativa Le terre di don Peppe Diana, Campania

Simona Zanna ha 30 anni e conosce la storia del narcotrafficante Michele Zaza solo dagli articoli di cronaca nera che parlano di lui. Morto nel 1994, compare nella lista dei boss più potenti della camorra. Anche di don Peppe Diana, ucciso nella chiesa di San Nicola di Bari, a Casal di Principe, nel Casertano, dalla malavita organizzata in quello stesso anno, Simona sa dai racconti di chi era adulto quando lei era soltanto una bambina. Ora Simona lavora nei terreni confiscati al camorrista e che portano il nome del sacerdote trucidato dalla criminalità. “Una delle cose più belle – dice – è restare nel posto dove siamo cresciuti. Non essere stati costretti ad andarsene dal nostro paese per trovare un’occupazione”. Lei è rimasta nelle Terre di don Peppe Diana – Libera terra, cooperativa che sorge a Castel Volturno, in provincia di Caserta. Un caseificio e ottanta ettari che ricadono anche nei comuni di Carinola, Pignataro Maggiore, Grazzanise, Arnone e Cancello. Paesaggi incantevoli tolti finalmente alla paura, alle faide, alla droga, anche all’emigrazione forzata di tanti ragazzi grazie all’impresa sociale nata nel 2010 per l’impegno dei volontari guidati dal comitato don Peppe Diana e dall’associazione Libera. Tutti uniti contro le mafie e ogni deserto macchiato di sangue. Simona Zanna, laureata in biotecnologia per la salute, da sempre appassionata di agrotecnica, si occupa dell’amministrazione e di tutte le questioni burocratiche dell’azienda. “Da cinque anni lavoro per la cooperativa – ricorda – , da uno sono socia e membro del consiglio di amministrazione. Sono entrata grazie alla precedente esperienza di volontariato, come tanti qui”. Dieci i lavoratori oggi impegnati tra il caseificio che produce la “mozzarella della legalità” e i campi di ceci e grano, ma anche di foraggio da inviare poi agli allevamenti che conferiscono il latte alla cooperativa. Zaza e i suoi cavalli di razza cresciuti in quelle terre sono ombre che stanno svanendo, come pure le sue villone a Posillipo e a Beverly Hills. “Qui non mi sono mai sentita insicura – seguita Simona – . Se ci sono problemi sono gli stessi di qualsiasi altra azienda. Alle volte può risultare complicato far capire la radice della nostra realtà, ma la difficoltà non si può certo paragonare alla soddisfazione di avere recuperato i nostri territori e aver riscoperto la loro bellezza”.
Francesca Massimino, cooperativa Placido Rizzotto, Sicilia


“Nel 2001 mi trovavo a Piana degli Albanesi, piccolo paese siciliano, per frequentare un corso di formazione – ricorda Francesca Massimino, 52 anni, di San Giuseppe Jato, comune della città metropolitana di Palermo -. In quell’occasione vidi il manifesto che promuoveva il bando pubblico per la costituzione di una cooperativa sociale sull’utilizzo dei beni confiscati alla criminalità organizzata nell’Alto Belice Corleonese. Non ebbi nessuna esitazione, decisi di presentare la candidatura. Nel mio paese, la mafia è sempre stata molto presente. Pensavo che questa iniziativa potesse dare un contributo per cambiare il mio territorio ed inoltre potesse garantirmi un’occupazione capace di mettere a frutto la mia professionalità. Presentai domanda, fui selezionata, formata e il 22 novembre del 2001 divenni uno dei soci fondatori della cooperativa Placido Rizzotto – Libera Terra”. E’ la storia di Francesca, da sempre impegnata nella lotta contro le cosche e per il riconoscimento dei diritti delle fasce più vulnerabili della società. Coltivazione biologica, prodotti realizzati secondo l’antica sapienza artigianale siciliana, e quei filari che corrono, soprattutto nell’area dell’Alto Belice Corleonese, come strade maestre della legalità, perfette e luminose. Un gran lavoro per recuperare ettari un tempo appartenuti ai boss Giovanni Brusca e Totò Riina. “Oggi sono impegnata nell’ambito amministrativo – afferma Francesca -, inoltre ho anche un ruolo di responsabilità nella cooperativa in quanto consigliere di amministrazione. Dal 2008, anno di nascita del Consorzio Libera Terra Mediterraneo, di cui la cooperativa Placido Rizzotto – Libera Terra è socia, lavoro anche nelle altre coop di Libera Terra ”. Per Francesca, il più importante obiettivo dell’impresa sociale è uno: “Il nostro lavoro, grazie al riutilizzo sociale dei beni confiscati – dice – ha generato sana occupazione. Una economia giusta che valorizza le professionalità nel settore agricolo. Tutti i nostri dipendenti abitano nei paesi in cui la cooperativa ha ricevuto in gestione i beni. La nostra capacità di creare lavoro come diritto, e non come favore, ha fatto capire al territorio che seguire le regole conviene e che è possibile offrire un’alternativa concreta alla mafia”. Molto entusiasmo, forza, tenacia, ma non mancano i problemi: “Noi operiamo in territori difficili – seguita Francesca – dobbiamo stare sempre attenti per non mettere a rischio la nostra credibilità. Non possiamo permetterci di assumere o avere collaborazioni con persone e realtà che non siano in linea con i nostri valori. Per cui prestiamo la massima attenzione su questo aspetto. Il nostro punto di forza è il rispetto delle regole visto come normalità. Una normalità che riesce ad essere volano di sviluppo, a garantire occupazione, a investire sui beni confiscati. Tutto questo grazie alla produzione di materie prime e prodotti finiti di alta qualità, che permettono di far conoscere il nostro territorio”. Una squadra, la sua, che supera ogni difficoltà: “Siamo qua dopo vent’anni, questa è una grande vittoria – continua Francesca – . Nel nostro territorio non esistono cooperative tanto longeve. Noi abbiamo dimostrato grazie al lavoro che la buona cooperazione sociale se mette testa e cuore, professionalità e passione, riesce ad essere sostenibile e creare ricchezza per il territorio. Nel percorso che abbiamo intrapreso però non siamo stati soli, la nostra è proprio una vittoria di squadra. In questi venti anni abbiamo avuto al fianco la rete di Libera che ha promosso la nascita di Libera Terra e il mondo della cooperazione che ci ha permesso di crescere professionalmente. Uomini e donne che condividono lo stesso obiettivo riescono a compiere l’impossibile in una terra dove la criminalità organizzata non cede. Non ho mai avuto minacce personali o ritorsioni – precisa – . Il territorio all’inizio dimostrava molta diffidenza nei nostri confronti che poi, man mano che l’attività si dimostrava credibile, la sfiducia è venuta meno. Oggi abbiamo molte più richieste di lavoro rispetto a quelle che possiamo garantire. A una una ragazza che intraprende la mia stessa attività direi di non mollare mai, di scommettere sulla propria professionalità, di non accontentarsi”. Non si accontenta Francesca nel suo impegno costante nella cooperativa, ma anche all’interno della squadra di hockey in carrozzina, dove lei stessa milita. ”La mia attività in quest’ambito continua. Abbiamo avuto qualche rallentamento dovuto alla pandemia, ma adesso stiamo tornando alla normalità. Per me lo sport è un modo per avere una positiva distrazione rispetto alla quotidianità tra famiglia e lavoro. Non mi limito a praticarlo, ho anche un ruolo dirigenziale, per cui mi spendo per la gestione dell’associazione sportiva di cui sono tesserata. Abbiamo anche un palazzetto dello sport da gestire, aperto a tutti, dove anche i normodotati possono praticare attività sportiva. Per cui, anche in questo ambito, l’impegno non manca. Oltre all’hockey abbiamo iniziato a praticare anche il calcio in carrozzina elettrica”.
Anna Maria Bavaro, cooperativa Le agricole, Calabria

Agricoltura virtuosa anche contro il malaffare e per l’inclusione sociale. Sono “Le agricole” di Lamezia, venti chilometri da Catanzaro, sono imprenditrici, professioniste e casalinghe, qualcuna di etnia rom, altre con disabilità oppure con fragilità sociale, altre ancora vittime di violenza. Tutte si occupano di agricoltura nel rispetto dell’ambiente e della terra. E quindi niente concimazioni o diserbanti aggressivi, via i trattamenti chimici all’insegna di una scelta solo bio. E rispetto del lavoro. La cooperativa nasce nel 2008 da Comunità progetto Sud, associazione contro ogni tipo di emarginazione. Afferma la presidente di Le agricole, Anna Maria Bavaro: “Abbiamo iniziato con la produzione di ortaggi in un terreno abbandonato di tre ettari, a sud di Lamezia, attività che in seguito si è arricchita con quella della trasformazione dei prodotti. Non è semplice reggere sul mercato, ma siamo molto resilienti, non ci arrendiamo. Abbiamo aperto anche servizio di catering e ci occupiamo di formazione. E non manca l’apicoltura con 100 arnie. Riusciamo ad andare avanti perché siamo sostenute da Comunità progetto Sud e dall’associazione Mago Merlino. Da noi lavorano anche uomini, ma diciamo che la maggioranza è femminile”. E se l’agricoltura biologica non è semplice, altre difficoltà hanno ostacolato il progetto delle Agricole, cooperativa che conta attualmente 12 soci, senza però mai farla capitolare. “In passato abbiamo subito degli atti vandalici e di criminalità organizzata – spiega la presidente – incendi, furti, anche danni per un gregge lasciato nel campo coltivato. Ma ci siamo rimboccate le maniche e siamo andate avanti. Ci hanno attaccati perché, probabilmente, facciamo parte di Progetto sud che sceglie il lavoro etico in un territorio dove chi dà occupazione è la criminalità organizzata. E quindi noi diamo fastidio, perché togliamo manovalanza alla malavita”. Anna Maria Bavaro di coraggio ne ha da vendere. Pugliese, 58 anni, nella Comunità dal 1990, non demorde nel suo progetto di agricoltura bio dove si coltiva anche il sociale. La formazione è il futuro di quella terra un tempo lasciata a se stessa, un passato lontano perché oggi la dignità umana, di donne e uomini, cresce all’ombra di ogni filo d’erba.
Donatella Vetuli
Nella foto in alto le terre della cooperativa Placido Rizzotto (immagine di Giorgio Salvatori)
