Dall’Italia destinazione Israele, agricoltori volontari nei campi

Partono per raccogliere frutta e ortaggi nei terreni che confinano con la Striscia di Gaza. Giordana: «Non mi sentivo in pericolo. Tornerò»

La terra è vita, futuro, speranza.  Per la terra si battono con vanghe e cesoie i Volontari italiani agricoltura: donne e uomini, in piccoli gruppi, e a più riprese,  hanno lasciato casa e famiglia per aiutare chi coltiva i  terreni in Israele, vicino la Striscia di Gaza. I campi sono quasi del tutto abbandonati, dopo l’attacco di  Hamas i lavoratori, in gran parte filippini e thailandesi, sono scappati. Ma ortaggi e frutta devono essere raccolti. Da lì, dalle terre martoriate dalla guerra,  è stato lanciato  l’appello degli agricoltori che l’Italia ha subito accolto  grazie a Vito Anan, presidente della comunità ebraica italiana  in Israele, e a Mino Zarfati, 62 anni, di Roma, imprenditore nel settore della ristorazione ed esponente del mondo ebraico. 

Afferma Mino: «Il primo gruppo, costituito da sei persone, è partito il 27 novembre scorso. Abbiamo riposto immediatamente alla richiesta e, in tutto, finora,  sono stati coinvolti circa sessanta volontari. Da ogni parte della Penisola, uomini donne, di età differente. C’è carenza di manodopera, i thailandesi hanno lasciato i campi. E noi vogliamo aiutare l’agricoltura, sostenere i nostri fratelli che lavorano la terra. Non è un discorso politico, sia chiaro. Siamo andati nei kibbutz e nei moshav. Si raccolgono pomodori, melanzane, patate, peperoni. C’è davvero tanto bisogno. Continueremo, non abbiamo paura,  ci  muoviamo con prudenza». Su come sia nata l’iniziativa, Mino ricorda: «In televisione avevo visto l’intervista di un agricoltore israeliano che era rimasto solo tra enormi difficoltà. Ci siamo dati subito da fare. La risposta è stata grande».

E dall’Italia è arrivata anche Giordana, 59 anni, di Roma, dove ha lavorato a lungo nel settore argentiero, già nel volontariato durante l’emergenza Covid insieme alla Protezione civile.  

 «Sono partita con il secondo gruppo dei Via, composto da otto persone, a metà dicembre per un moshav – spiega – . Volevo rendermi utile. Dare un supporto psicologico a chi soffre. Ho deciso in pochissimo tempo. Lì sentivamo i bombardamenti, eravamo in piena guerra eppure non pensavo a una situazione di pericolo. Sembra strano, ma in Israele si respira un’aria di leggerezza nonostante il conflitto. In Italia invece c’è una cappa di antisemitismo, anche nella quotidianità. Troppa  ignoranza su quello che sta accadendo. Sono rimasta lì cinque giorni. All’inizio ho raccolto limoni, poi pomodori che stavano marcendo sulle piante. I lavoratori, tutti stranieri, erano andati via, molti sono in guerra. Mi trovavo vicino a Be’er Sheva. In Israele  vivono i miei cugini, i  cui figli sono in guerra. Nel mio cuore vorrei tornare quanto prima, spero che siano liberati gli ostaggi. Ma a giorni nasce il mio nipotino e resto a Roma». La fine del conflitto sembra un miraggio. «Vogliono distruzione dello Stato di Israele – afferma Giordana- . Mi sento inerme di fronte a questo. Cosa posso dire a una donna di Gaza? Insegna l’amore verso il prossimo, anche verso  chi è ebreo.  Ma poi non so, non posso dire niente, che si rivolga ad Hamas. C’era un’altra donna con me nel gruppo dei volontari. Ci siamo promesse di ritornare insieme. Lo faremo».

Donatella Vetuli

1 marzo 2024

Foto di Mino Zarfati