Donne schiave nelle miniere e prede di guerra

Congo, Brigitte Kabu: «Nelle terre occupate situazione catastrofica. Sfruttamento, violenza e morte per chi lavora nei giacimenti»

Congo in fiamme e a pagare di più sono donne e bambini. «Situazione catastrofica», afferma l’attivista congolese Brigitte Kabu, 62 anni, da 24 a Roma, dove lavora nella mensa di una struttura religiosa. Storia che affonda le radici nel genocidio del Ruanda in un  territorio ambito per i suoi ricchi giacimenti minerari ma sopraffatto da una crisi umanitaria in cui, però, sfruttamento e  violenza opprimono il mondo femminile oltre ogni conflitto,  ogni fronte, ogni guerra che lacera da decenni questa parte d’Africa. «Nell’est del Paese, nelle aree assediate dagli eserciti e dai gruppi ribelli, le donne svolgono il lavoro più umile che è quello nelle miniere – afferma Brigitte- . Occupate quotidianamente per 12 ore, dalla mattina alla sera, a nove euro al giorno, sempre sotto al sole, senza la garanzia di nessuna regola. Non hanno  nulla. Ma devono sopravvivere in qualche modo. Le terre appartengono agli uomini, a grandi società, a famiglie potenti. E se vuoi lavorare ti devi prostituire, devi farlo per avere un posto, uno spazio». 

Schiave nel lavoro e  prede di guerra.  «La violenza sessuale è diventata un’arma –  continua Brigitte -. I gruppi armati rivali entrano nei villaggi, uccidono gli uomini ma prima stuprano le donne. Non vengono  risparmiate neppure le bambine. Le donne incinte vengono sventrate. Chi è costretta ad abbandonare la propria casa viene braccata senza pietà».

Eppure la resistenza in Congo ha dato vita, nonostante le immense difficoltà di chi vive in un perenne stato di combattimento, a realtà concrete per aiutare le donne. Come  Renafem, rete nazionale  di sostegno a chi lavora in miniera. «Si tratta di cooperative che possiedono la terra oppure la affittano. Operano contro la discriminazione femminile, contro i tanti soprusi che le lavoratrici subiscono. E Renafem non è la sola», spiega Brigitte.

 Brigitte Kabu ha lasciato il Congo dopo essersi laureata  in Filosofia per approdare in Italia all’università Gregoriana, dove aveva seguito un dottorato di ricerca in Filosofia politica. «Ecco – dice – tutti i miei studi sono finiti nelle pentole. Sono contenta, certo, di avere trovato occupazione  in una mensa eppure mi fa male non essermi realizzata in quello che avrei voluto fare, l’insegnante. Vorrei tornare in Congo a lavorare in una scuola oppure, qui in Italia, parlare della mia esperienza, delle mie origini, del mio Paese per fare conoscere la realtà che le mie connazionali stanno vivendo» . Parlare, dice Brigitte, perché si sappia quello che sta accadendo in Congo. «Ma è importante non solo rendere pubbliche le atrocità di cui sono vittime le donne, è necessario anche aiutarle economicamente destinando loro, in mani sicure, un sostegno in denaro. Tante donne – seguita ancora Brigitte – non hanno la possibilità di denunciare le violenze a cui vengono sottoposte e di essere risarcite . Alcune sono addirittura rifiutate dai propri mariti perché violentate. Il governo dovrebbe intervenire, quello in carica però  non riesce a gestire il Paese». 

È recente la notizia dell’assalto alla prigione di Goma, nell’est della Repubblica Democratica del Congo,  dopo che un gruppo ribelle sostenuto dal Ruanda  era entrato in città. Secondo la ricostruzione delle Nazioni Unite, le detenute erano state aggredite  durante un’evasione di massa.  La zona del carcere femminile era stata attaccata e poi incendiata,  le donne morte tra le fiamme.

Donatella Vetuli

1 maggio 2025