Rakhshan Banietemad: resistere è sperare

La regista iraniana a Verona vincitrice del premio Masi

Resistere è sperare. Di fronte al buio di ogni guerra, all’opaca banalità del male che accomuna tutti, da nord a sud del pianeta, alza lo sguardo fiero, come una lancia di luce. Sperare, dice Rakhshan Banietemad, regista e sceneggiatrice  iraniana vincitrice a Sant’Ambrogio di Valpolicella del grosso d’oro veneziano,  riconoscimento del premio Masi dedicato al vino e riservato a chi ha contribuito a diffondere un messaggio di cultura, solidarietà e progresso civile nel mondo. Premiata – si legge nelle motivazioni – per l’alto valore artistico della sua opera e per la difesa dei diritti civili e della democrazia nella società iraniana”. 

Anfibi sotto una lunga gonna nera, capelli corti incorniciati da un bianco candido, Rakhshan Banietemad, 69 anni, da sempre donna autenticamente libera, sul palco ha parlato poco di sé  e più degli ideali che hanno sorretto la sua lunga carriera di cineasta applaudita in tutto il mondo. Al teatro Nuovo di  Verona, prima della cerimonia di consegna del premio, ha presenziato alla proiezione del suo “Tales”, un collage di storie della società iraniana non così distante dal mondo occidentale, dove ci si scontra con una misera burocrazia che schiaccia i più deboli, dove le donne scappano da mariti violenti, dove i giovani restano ostaggio di droghe e della invisibile prigione della incomunicabilità. «Il film – ha spiegato – è nato dalla nostalgia per i protagonisti dei miei lungometraggi. Sono loro che tornano. Nessuno è riuscito a trovare una vita migliore, ma appaiono più resistenti». Resistenti, appunto. Fortificati dal passato, forse, come il suo, precedente alla rivoluzione iraniana in cui era nomale per una donna lavorare come cineasta. E oggi? «La strada è più difficile, anche se non credo che si possa dire che essere donna e cineasta sia considerato una colpa – ha precisato con fermezza Rakhshan -. E poi parlando con le mie colleghe che vivono in Occidente sono emersi gli stessi problemi che noi abbiamo, certo non nella medesima misura. Ma sono contraria a mostrare la donna come vittima. Odio chi lo fa».

Dal palco della pieve di San Giorgio di Valpolicella, dove le è stato consegnato il grosso d’oro veneziano, ha scandito per tre volte quella stessa parola.  «Odio odio odio la guerra. Quando ci si ritrova davanti a un conflitto mi chiedo come sia possibile  ancora non essere riusciti a trovare una lingua del dialogo.  Forse, se i governi lasciassero i popoli liberi di parlare il linguaggio dell’arte, sarebbe diverso. Quello del cinema è internazionale e può veicolare un messaggio di pace». Il suo sogno e il suo impegno sono per la creazione di giustizia  e «per migliorare le condizioni economiche e sociali».

Ha voluto condividere il premio «con tutti e con le donne che sono state per me fonte di ispirazione». Nel  rispetto alla tradizione islamica non ha partecipato  nelle cantine Masi alla cerimonia della firma della botte a cui sono stati chiamati, come da tradizione,  gli altri premiati. Ma ha voluto dedicare alla memoria di Dariush Mehrjui, il regista iraniano ucciso, il riconoscimento. «Consegno la targa al museo del cinema», ha annunciato.

Quest’anno il tema conduttore del premio Masi era “Radici e prospettive”. Isabella Bossi Fedrigotti, presidente della Fondazione Masi, ne ha  spiegato il motivo: “In un’epoca in cui l’incertezza permea pensieri e comportamenti – ha scritto – l’ancoraggio alle radici non può essere una catena che inibisce il cambiamento ma piuttosto la certezza di una avere una linfa che alimenta l’esplorazione di strade nuove”.

«Le radici non possono essere strappate – ha commentato Rakhshan Banietemad – Per ciascuno di noi sono irrinunciabili. La prospettiva è non perdere la speranza».

D.V.

Nella foto in alto la regista Rakhshan Banietemad (Fondazione Masi)